lunedì, marzo 28, 2011

MEDEA a Siena


Mercoledì 13 Aprile
Teatro dei Rozzi di Siena
h 21.00

MEDEA di EURIPIDE
evento organizzato con l'associazione IL LICEONE di Siena.

Maggiori informazioni le trovate qui.

Vi aspettiamo!

versione di greco

sabato, febbraio 05, 2011

Stay tuned

A breve i primi aggiornamenti sul prossimo spettacolo.


(dalla cena sono avanzati un po' di dolci, se qualcuno li volesse)

giovedì, dicembre 09, 2010

Meglio di Wikileaks

Siamo in grado di fornirvi le prime anticipazioni sul prossimo spettacolo dell'ARSenale delle ARTI.


giovedì, ottobre 14, 2010

prove tecniche di manutenzione # 2

Sono piccole soddisfazioni. Ma chi vi scrive non è un genio del pc, e per mettere il pulsantino del badge di facebook su questo blog, ha perso un pomeriggio. Quindi, per favore, se capitate su questo blog, andate a vedere la nostra pagina facebook (che è molto meno spartana: troverete foto, video, note e una dose consistente di cazzeggio…).
A proposito di video, tra qualche giorno pubblicheremo il “trailer” dell’Antigone realizzato da Luca Lampariello (così vi fate un’idea sui nostri spettacoli, se ancora non ci avete visti dal vivo).
E aprendo un’altra parentesi, andate qui a vedere il sito di Luca Lampariello, che oltre ad aver fatto il nostro trailer è un giovane regista/attore/scrittore che val la pena di seguire.

MEDEA a Cesena CAMBIO DI PROGRAMMA


Lo spettacolo in programma il 23 Ottobre a Cesena al teatro Bonci ha cambiato orario: ore 21.00, ingresso gratuito.
Lo spettacolo è sempre inserito nella rassegna della XIII edizione del Festival del teatro scolastico Elisabetta Turroni, il programma complet0 e aggiornato lo trovate qui.
Vi aspettiamo!

giovedì, settembre 30, 2010

MEDEA a Cesena


La XIII edizione del Festival nazionale del teatro scolastico Elisabetta Turroni ospiterà fuori concorso il 23 Ottobre presso il teatro Alessandro Bonci di Cesena la nostra MEDEA.

Il programma completo è qui.

sabato, settembre 11, 2010

10.9.2010

AUGURI PRESIDENTE!

martedì, luglio 20, 2010

stage door

Per scrivere due righe sulla settimana appena trascorsa, dovrei partire dalla domenica. Ma sarebbe fuorviante parlare in dettaglio della carovana di auto con a bordo un santone indiano e una Diamanda Galàs, un pappone e una delle sue signorine, uno stimato professore e la sua chitarra, diretti verso la casa del pirata e della sua fidanzata zingara. Lascerò sospesi come un abbaglio questi particolari, senza spendere parole neanche per l’abbondanza dell’ottima impepata di cozze servita come uno dei tre antipasti.
Come a dire: chi non c’era non si sforzi nemmeno di capire, e chi c’era mantenga il riserbo.

Archiviata così la carnevalata finale (interrotta solo da chi sta scrivendo e dalla sua fidanzata, vestiti in abiti discutibili, ma civili), parliamo di quello che è stato il debutto dello spettacolo nuovo del Thiasos (per chi dovesse capitare su questo blog senza sapere di cosa stiamo parlando: il Thiasos è il gruppo teatrale che fa capo all’Associazione culturale ARSenale delle ARTI), la MEDEA di Euripide. Altri e altrove hanno la competenza e il diritto di dire se lo spettacolo è stato bello, e semmai in cosa è perfettibile.
La prima versione della nostra Medea, ha debuttato il 23 maggio 2001, al teatro dei Varii, sempre di Colle val d’Elsa. Era uno spettacolo “di passaggio”, tra quello che erano i nostri allestimenti prima (per esempio ricchi di vestiti anticheggianti) e quella che è diventata la cifra stilistica del nostro gruppo, cifra stilistica ben delineata seppure con continue evoluzioni.
Le differenze tra i due allestimenti sono enormi. In primis la scenografia. Nella Medea del 2001 l’ambientazione era la camera della protagonista, segnalata solo dal letto, sulla quale però svettavano immense le vele della nave Argo, altissime, come se Medea ne avvertisse sempre il peso, l’incombenza e la presenza. I vari personaggi restavano come fluttuanti in questo spazio, come apparizioni. Ed i costumi variavano, da quelli, come già detto, classicheggianti (Medea, Egeo, la nutrice, il messaggero) a quelli invece più simbolici (Giasone, che vestiva un lungo e sinteticissimo cappotto da marinaio).
Differenze rilevanti sono anche nella scelta dell’attrice protagonista. La prima, la bravissima Natascia Naldini, era una Medea corporale e corposa, con una totale padronanza della voce e di tutte le sue sfumature (Natascia, infatti, cantava e canta tutt’ora in vari gruppi ed è insegnante di canto).
La Medea nuova versione, invece, è stata interpretata dall’altrettanto brava Cristina Castellini, una (quasi) debuttante che con noi aveva finora avuto solo piccoli ruoli, quasi sempre corali. Ha messo in scena una Medea prima elegante e raffinata nei modi e nei gesti, poi schizofrenica e bestiale nel maturare e compiere l’omicidio dei figli. Un bipolarismo strisciante ben inserito nell’ambiente borghese suggerito dall’ambientazione. È sempre la camera della protagonista, ma questa volta non c’è il letto nuziale (che Giasone ha abbandonato), solo una sedia e disseminati ovunque bauli, a dare il senso di profondità e di ripartizione degli spazi, e al contempo la connotazione temporale e il senso di imminente partenza della protagonista.
La nave Argo, questa volta, è uno dei giocattoli che i bambini di Medea e Giasone hanno lasciato in disordine, a testimonianza della loro ostinata presenza all’interno della vicenda, seppure non compariranno mai in scena.
Il vello d’oro altro non è che un tappeto, un complemento d’arredo che i personaggi calpestano con non curanza. Solo la protagonista e Giasone sapranno dargli l’importanza che ha, in due momenti cruciali della storia.
I costumi sono estremamente borghesi: le coreute e la nutrice vestite da cameriere della casa, completo scuro per gli interpreti maschili, Giasone in completo da ammiraglio, Medea in un elegante vestito nero. Insomma, perfettamente inseriti e a proprio agio nell’ambiente che li circonda. Fa eccezione Egeo, l’unico momento straniante dello spettacolo (sul perché, vi rimando a uno dei post precedenti: Medea fiam, le note di regia).

Lo so che sono parziale, avendo preso parte allo spettacolo (anzi, ad entrambe le versioni). Ma credo che Sandro Biotti e Giacomo Benelli (i registi) abbiano raggiunto un punto altissimo della loro poetica teatrale (e per osmosi, della nostra, di quella del gruppo). Lo spettacolo ha funzionato benissimo, ha avuto ottimi riscontri e chi se lo fosse perso tenga d’occhio questo blog e la nostra pagina facebook, che sono in programma repliche.

Ema

lunedì, luglio 05, 2010

Medea, la tragedia di un divorzio




di Sandra Lanfredini

Medea è una straniera, questa è una delle caratteristiche più frequentemente rimarcate nel corso della tragedia di Euripide, e una straniera ripudiata. Insieme ai numerosi motivi che costituiscono il tessuto etico ed ideologico dell’opera, possiamo intravedere nella vicenda della barbara scacciata dal marito l’eco di un dramma che coinvolse molte famiglie ateniesi alla metà del V secolo a.C.
La politica di espansione imperialistica che Pericle attua in questo periodo subisce una battuta d’arresto nel 456 a.C.: nei pressi di un’isola del delta del Nilo, Prosopitide, la flotta ateniese è gravemente sconfitta dalle forze navali persiane. Due conseguenze derivano dalla disfatta: nel 451 si stringe un accordo con Sparta per una tregua quinquennale nella lotta tra le due città e la situazione economica peggiora rapidamente a causa delle perdite subite e della disoccupazione di molti cittadini, precedentemente impegnati nella flotta e nell’esercito. Questa crisi favorisce il riemergere di tendenze conservatrici (Cimone rientra dall’esilio decennale proprio nel 451) e il diffondersi di pulsioni xenofobe nei confronti degli abitanti di origine straniera. Mercanti e navigatori erano affluiti verso l’Attica in numero sempre crescente negli anni di massima affermazione della potenza ateniese ed i cittadini della metropoli attica salpavano verso le isole, l’Asia Minore e la Tracia, per approfittare delle opportunità di arricchimento che il commercio offriva. Durante questi viaggi molti sposavano donne straniere, che conducevano poi con sé al ritorno in patria. Agli occhi dei conservatori le famiglie nate da questi matrimoni misti non offrivano garanzie sull’educazione dei figli, che crescevano in un nucleo familiare multiculturale e non rigidamente ed esclusivamente fondato sulle tradizioni ateniesi. In certi ambienti si guardava con profonda diffidenza alla eventualità che questi cittadini di sangue misto accedessero per sorteggio alle cariche pubbliche e quindi al governo della città.
Dunque, come accade sovente nei periodi di crisi, gli stranieri divennero il capro espiatorio delle presenti difficoltà di Atene. Pericle stesso, pur non essendo conservatore, si assunse il compito di proporre e far approvare dall’assemblea una legge che mirava a salvaguardare l’identità culturale e razziale degli Ateniesi e a sedare le preoccupazioni di molti cittadini. Tale legge riservava il diritto di cittadinanza ai figli di genitori entrambi ateniesi, come tramandano Aristotele nell’opera Athenaion Politeia (26.4: non doveva partecipare alla vita politica della città chi non fosse nato da entrambi i genitori cittadini) e Plutarco (Pericle 37.3), quando parla di quelli nati da due Ateniesi come gli unici cittadini riconosciuti. Quindi i figli di donne straniere non erano più cittadini con pieni diritti, ma nothoi ek xenes, cioè “illegittimi da madre straniera” (esistevano anche nothoi ex astes, “illegittimi da madre cittadina”).
Molte incertezze permangono sui tempi di attuazione della legge: non sappiamo per certo se il declassamento da politai a nothoi fu immediato per tutti coloro che si trovavano nella condizione prevista o se riguardò solo i nati dopo l’approvazione della legge. Aristotele (loc. cit.) afferma che l’innovazione legislativa aveva lo scopo di ridurre il numero dei cittadini e questo indurrebbe a pensare che l’applicazione fosse immediata, al fine di usufruire in tempi brevi dei vantaggi portati ad alcuni da questo provvedimento. Tuttavia questa ipotesi sembra smentita dal fatto che Cimone, figlio di Milziade e di una straniera, era a capo della flotta che nel 449 contendeva il dominio di Cipro all’impero persiano. Comunque è certo che negli anni fra il 451 e il 445 la tendenza a limitare i diritti dei non ateniesi si inasprì fortemente, come è confermato dallo storico Filocoro, che ci dà notizia di una revisione delle liste dei cittadini fatta nel 445, per appurare chi avesse diritto a godere di una distribuzione straordinaria di grano, consentita dall’arrivo dei 30000 medimni di frumento donati dal re di Libia Psammetico.
Molte famiglie ateniesi furono sconvolte dalle conseguenze della nuova legge sulla cittadinanza: i ‘bravi’ cittadini ateniesi, preoccupati della posizione sociale propria e dei discendenti, si affrettarono a ripudiare le mogli straniere per passare a nuove nozze con una donna astè, dalla quale avere figli legittimi e non nothoi. Il comportamento e le motivazioni di questi uomini sono simili a quelli di Giasone, e li riconosciamo in alcuni versi della tragedia: non hanno malanimo nei confronti della moglie (v. 464: anche se mi odi, io non posso avere malanimo contro di te); mantengono comunque un atteggiamento amichevole (v. 549: sono per te un grande amico); l’unico scopo del nuovo matrimonio è la procreazione e l’educazione di figli legittimi nella tradizione della famiglia e del demos (v. 562: per poter allevare i miei figli secondo il decoro della mia gente).
Ripudiare la moglie ‘scomoda’ sembrava agli Ateniesi una soluzione agevole e quasi ovvia e forse qualcuno avrà esclamato come Giasone (vv. 573-575): Meglio sarebbe che gli uomini in altro modo generassero figli, e non ci fossero donne; solo così non avrebbero guai. D’altronde per la donna c’era sempre scarsa considerazione e la nascita dei figli era l’interesse primario, se non esclusivo, di molti mariti in molti matrimoni: la formula stessa con cui un padre consegnava la figlia allo sposo conferma questa visione delle nozze: per la procreazione di figli legittimi ti do mia figlia. Probabilmente, i più benevoli offrirono alla moglie ripudiata un umiliante ruolo di ‘amica’, proprio come Giasone (vv. 448-449: Potevi restare in questa terra e abitare in questa casa, sopportando paziente il volere dei più forti di te), ma senz’altro tutte, abbandonate, guardate di mal’occhio dagli Ateniesi, uomini e donne, prive di ogni sostegno, maledirono come Medea il giorno in cui avevano lasciato la casa paterna per seguire un uomo, uno straniero per loro (vv. 431-438): Folle di amore tu navigasti lontano dalle case paterne, passando attraverso le gemine rupi del varco marino, e qui, in terra straniera, hai perduto, infelice, lo sposo, hai perduto l’amore, e in bando, con ignominia, sei discacciata.